Teatro Blanca - Dramm.2 "In nome del Partito Comunista" - Santagatainfo

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Teatro Blanca - Dramm.2 "In nome del Partito Comunista"

Facio & Storia > Teatro Blanca

FACIO...una vita per la libertà

 BlancaTeatro con Archivi della Resistenza

 Una storia raccontata con un prologo, quattro atti, un epilogo

Per la realizzazione della drammaturgia si ringrazia:

Archivi della Resistenza per le interviste a Laura Seghettini e tutto il materiale messo a disposizione

Carlo Spartaco Capogreco per le testimonianze tratte dal suo libro “Il piombo e l’argento” (Donzelli)

Laura Seghettini per gli spunti forniti dal suo libro “Al vento del Nord” (Carocci)

Alcide Cervi per “I miei sette figli” (Editori Riuniti)

 Dante Castellucci “FACIO” ...in nome del partito comunista"

Con Antonio Bertusi, Antonio Branchi, Riccardo Naldini, Matteo Procuranti. Alla fisarmonica Davide Giromini

Collaborazione artistica di Sabine Bordigoni, Nausikaa Angelotti, Rachele Del Prete

Regia di Virginia Martini

Una storia raccontata con un prologo, quattro atti, un epilogo

La storia di Dante Castellucci, nome di battaglia “Facio”, comandante del battaglione Picelli, ucciso a 24 anni, è una storia dura.



                                                                               
             (Foto di Ugo Ugolini) 

Nota storica:
Il comandante partigiano «Facio», al secolo Dante Castellucci, nasce a Sant’Agata d’Esaro, in Calabria, nel 1920. La sua famiglia, quando ha soltanto due anni, è costretta a fuggire in Francia in seguito ad una lite del padre col Podestà fascista del paese. In Francia tra le varie tribolazioni di una vita precaria, Dante comincia a sviluppare un vivo interesse per l’arte e la cultura: scrive poesie, commedie, suona il violino ed entra in contatto con gruppi che professano idee di giustizia sociale.

Nel 1939, con l’inasprirsi dei rapporti internazionali, la famiglia Castellucci deve rientrare in Italia, come moltissimi altri connazionali, perché la presenza di cittadini italiani in terra francese non è più gradita. Di lì a poco Dante si trova catapultato sul confine transalpino a sparare contro quella che considera la sua vera patria, il paese che gli aveva insegnato a vivere secondo i principi e gli ideali della democrazia.

Una volta rientrato, prima del dissolvimento dello Stato e del regime fascista, farà ancora in tempo ad essere spedito sul fronte orientale a combattere contro l’Unione Sovietica, che nel suo immaginario doveva già essere il modello di ogni aspirazione al cambiamento politico e sociale e di una nuova Italia.

Durante un periodo di licenza a Sant’Agata Dante ha fatto conoscenza con Otello Sarzi, confinato politico in un paese vicino e teatrante girovago con la compagnia di famiglia, con il quale, in breve tempo, stringerà un’amicizia fraterna. Nella primavera del ’43 il futuro «Facio» si aggrega alla Compagnia dei Sarzi e l’8 settembre lo coglierà a ridosso dell’Appennino tosco-emiliano, in Provincia di Reggio-Emilia: la sua prima esperienza nella lotta partigiana sarà infatti con la banda dei fratelli Cervi, dove ricopre il ruolo di braccio destro di Aldo Cervi. Il 25 novembre viene rastrellato assieme a tutto il gruppo ma, pochi giorni prima della fucilazione dei sette fratelli e di Aldo Camurri, Dante riesce a salvarsi, dapprima facendosi credere di nazionalità francese e poi evadendo dal carcere della Cittadella. Questa fuga tuttavia insospettì i vertici del PCI reggiano, che indagò su un suo possibile tradimento.

«Facio» prende contatti con il movimento resistenziale parmense, che lo manda in alta Lunigiana, Provincia di Massa Carrara, presso il Battaglione «Picelli» comandato da Fermo Ognibene.
Gli ingiustificati sospetti che gravavano su di lui non lo seguono fino qui: «Facio» diviene presto un partigiano amato dalla popolazione e un comandante venerato dai suoi uomini. Tra il 18 e il 19 marzo del 1944 compie un’impresa leggendaria: con soli otto uomini male armati viene circondato ed assediato in un piccolo rifugio al Lago Santo da oltre cento soldati nazifascisti che, dopo ventiquattr’ore di cruenti scontri a fuoco, sono costretti a ritirarsi a causa delle grosse perdite inflitte dallo sparuto gruppo del “Picelli”. La battaglia del Lago Santo entrerà di diritto nella Storia della Resistenza italiana.

Il 19 maggio del 1963, per questo ed altri episodi verrà concessa alla memoria di «Facio» (caduto ad Adelano di Zeri il 22 luglio del 1944) la Medaglia d’Argento al Valor Militare nella cui motivazione si può leggere «scoperto dal nemico, si difendeva strenuamente: sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto». È una menzogna. «Facio» morì effettivamente all’alba del 22 luglio 1944, ma senza essere scoperto dal nemico, senza difendersi strenuamente come fece al Lago Santo, senza rifiutare di arrendersi, dato che fu “sopraffatto” e ucciso da altri partigiani.

Per la seconda volta nella sua breve vita egli si ritrovò ad essere falsamente accusato da alcuni dei suoi stessi compagni, subendo un processo la cui sentenza era già stabilita in partenza. Il principale artefice delle accuse che gli furono rivolte – aver sottratto materiale ad un aviolancio, aver minacciato con le armi partigiani di altre formazioni – fu Antonio Cabrelli «Salvatore», ex confinato politico, organizzatore del movimento antifascista clandestino in Francia e Tunisia per il PCI (anche se da un certo momento in poi caddero su di lui i sospetti del partito soprattutto in seguito ad un’accusa di collaborazionismo con l’OVRA, la polizia politica fascista, rivoltagli dalle autorità francesi che lo costrinse a ritornare in Italia). Assieme a Cabrelli, che nel processo rivestì il duplice ruolo di accusatore e giudice, l’improvvisato tribunale era composto da molti personaggi di rilievo del movimento partigiano spezzino, mentre a «Facio» non venne concesso un reale diritto di difesa. Un ristretto gruppo di uomini mossi da bassi istinti, da gelosie e brama di comando decise la sorte di uno dei più valorosi protagonisti della Resistenza. «Facio» viene condannato a morte abusivamente “in nome del partito comunista”, a cui egli stesso appartiene; una condanna che generò un grande risentimento, che dura ancora oggi, tra le persone che lo avevano conosciuto e ammirato.

L’ultima tragica notte «Facio» la trascorre assieme alla compagna Laura Seghettini, partigiana nella stessa formazione. I testimoni superstiti riferiscono che rifiutò l’offerta di fuggire avanzata dagli stessi partigiani che avrebbero dovuto fucilarlo la mattina seguente. Il rifiuto di «Facio», forse per un estremo senso della disciplina venne così motivato: «Sono scappato dai fascisti, non scappo dai compagni!». Sono parole emblematiche, in cui si mescolano insieme all’orgoglio e alla convinzione della sua innocenza, la rassegnazione di chi non vede ormai più alcuna possibilità di salvezza davanti al tradimento e alla congiura ma anche l’incredulità di sentirsi accusato in nome di quel partito al quale si è dato tutto se stessi.

La sua storia ed il suo sacrificio sono rappresentativi di un’epoca, di una idealità che ha ispirato tante lotte e battaglie. È una storia da non dimenticare se si vuole continuare ad affermare con convinzione quella moralità della Resistenza, che trova in «Facio» uno dei più alti esempi.

 
 
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