Una strage a Sant'Agata (Autunno 1855)

Fra tutte le calamità che afflissero la nostra Sant’Agata nel corso dei secoli, figura il colera, che lasciò segni visibilmente funesti ogni qualvolta si manifestò. Un evento storico che ci ha turbato più di ogni altro, è legato a tale terribile flagello diffusosi nel lontano 1855. Si vivevano ore di paura e tensione già dal 2 ottobre, quando fu trovato una scritta su un pezzo di carta in casa di un ramaio , che avvertiva il sindaco di stare in guardia. Un grande spavento si impossessò della popolazione, all’insorgere dei primi casi verificatisi il 17 dello stesso mese. Fra la popolazione si diffuse velocemente la falsa convinzione che la causa del male era dovuta allo spargimento di veleni contagiosi da parte di ignoti. La mattina del 19 uno spettacolo terrificante si presentò agli occhi dei santagatesi. Il cadavere di un cittadino colpito dal colera fu trovato in strada , in parte divorato dagli animali, misere esequie rispetto a quelle del compaesano ricco avvenute nello stesso giorno ( il figlio di Don Vincenzo Oliverio, portato in chiesa con solenne rito funebre.
La falsa convinzione che le autorità fossero a conoscenza degli avvelenatori, indusse la folla a rivoltarsi per chiedere la consegna dei rei alla giustizia. Si diffuse la notizia, inoltre, che i Sirimarco avessero disperso il veleno nelle campagne e sulle colture. In chiesa, in presenza del sindaco e molti dei fratelli Sirimarco, durante l’esposizione del SS. Sacramento, un tale Gaetano Scilingo giurò alzando la mano, che Beniamino Sirimarco gli aveva offerto 12 ducati per spargere del veleno nella macina del mulino. Mentre ci si adoperava per informare le autorità provinciali, gli esagitati, reclamando fatti più concreti, stavano per mettere le mani addosso ai presunti colpevoli. Nel frattempo qualcuno salito sul campanile ha suonato le campane e subito accorse una moltitudine di persone da ogni parte verso il posto di guardia urbano, attiguo alla cancelleria comunale, nell’attuale via Carmine Pisani. Su invito del sindaco, costretto dalla folla, Don Domenico Campanile, ritenuto conservatore e spargitore del veleno, fu rinchiuso nella prigione insieme a Gaetano Scilingo. La strage fu preceduta da un giudizio formale con il popolo che fungeva da pubblico ministero e gli imputati che rispondevano dalle cancellate delle finestre.
Il Campanile per salvarsi accusava i Sirimarco come unici responsabili della malattia, il mugnaio Gaetano Scilingo, balbettava ed esitava a confermare ciò che aveva dichiarato in chiesa fino a quando non venne colpito alla coscia da una scure, lanciata dalla folla inferocita. Questo fu il segnale che diede origine alla strage, consumata a colpi di scure e roncole da parte di una quindicina di facinorosi. Essa fu facilitata dall’abbandono del posto di guardia da parte degli urbani di sentinella. I primi ad essere trucidati furono l’Arciprete Domenico Traboni e Beniamino Sirimarco, poi via via, Raffaele Sirimarco, scampato inizialmente alla morte in quanto si finse morto fra i cadaveri. Poi fu la volta di Don Antonio Sirimarco e Don Domenico Campanile che avendo cercato scampo fuggendo nella casa attigua di Angelo Borrello, si trovarono davanti al fuoco di Don Giacinto Pisani ad attenderlo in casa di Martello Patrizio.
Don Michele Sirimarco e il nipote Alfonso riportarono solo numerose ferite, ma scamparono alla morte. I corpi di Antonio Sirimarco e Don Domenico Campanile, buttati in strada , furono oggetto di scempio da parte dei più esagitati. L’ordine fu ristabilito la mattina del 21 ottobre, domenica, dopo l’arrivo del funzionario della gendarmeria del circondario. Il processo, voluminoso, per il consistente numero di imputati, (79), si concluse con condanne esemplari, si ironizzò molto per i fenomeni di infatuazione popolare e di false credenze sugli “untori”. Si appurò che la testimonianza di Gaetano Scilingo contro i Sirimarco fosse interessata, per motivi di “gelosia”, possedendo le famiglie due mulini in concorrenza fra loro. A tale circostanza fa riferimento un passo del processo, nel quale si parla di Gaetano Scilingo, mugnaio, il quale odiava i Sirimarco perché possessori di un altro mulino. Capitava sovente che calamità eccezionali venissero strumentalizzate a fini politici, di odio e di vendetta, la credulità popolare offriva fertile terreno a tale pratica.