<indietro>

Un episodio di ingiustizia (Spezzanello di Tarsia 1742)

Gli sgherri

 

Durante il regno illuminato di Carlo III di Borbone, Spezzanello di Tarsia era un misero casale di contadini che lentamente andava assumendo i connotati di un paese al pari di S. Lorenzo del Vallo, di Terranova e Tarsia, centri questi due ultimi da cui esso dipendeva amministrativamente e giuridicamente. I comuni, allora denominati universitas, erano retti da un sindico coadiuvato da una giunta di eletti, mentre per gli affari di giustizia si interessava un governatore. Su tutti l’ultima parola toccava ai potenti feudatari che dominavano ancora con metodi medievali nonostante alcune limitazioni poste loro dal neo sovrano borbonico. In questo periodo gli spezzanesi dipendevano dal Principe di Tarsia, Ferdinando Vincenzo Spinelli di Cariati, che godeva della sinistra fama di uomo turpe e violento.

 

 In Spezzanello, verso la fine del XVII sec., cominciavano ad emergere alcune famiglie come i Magnocavallo, i Barbato, i Luci, i Marchianò, i Brunetti, …e, fra queste, in modo particolare eccelleva quella vastissima dei Cucci che annoverava medici, avvocati e sacerdoti. Uno di loro, il medico D. Alessandro Cucci, a proprie spese fece edificare ed aprire al culto la nuova chiesa del Carmine (1735) ed accanto ad essa il Ritiro (1744), di cui primo priore fu il fratello D. Dragonetto. Nel 1738, il feudo di Tarsia, compreso Spezzanello, venne preso in affitto dal ricchissimo D. Carlo Campagna che nominò proprio “aggente” (sovrintende) D. Alessandro Cucci il quale si circondò di sgherri, secondo il costume dell’epoca, esercitando, con i fratelli, un potere assoluto sui miseri ed incolti abitanti del villaggio e controllando direttamente le autorità locali, come si evince da più testimonianze. Ben presto, però, i Cucci entrarono in contrasto con il governatore D. Gennaro Pisani di Sant’Agata (d’Esaro), forse un uomo giusto e sensibile alle sofferenze subite dalla popolazione, in principio loro amico che però miravano a dominarlo, come avevano fatto con gli altri predecessori.

 

Ma al Pisani, però, la querelle con i prepotenti signorotti Cucci non portò bene. Tentiamo di ricostruire i fatti nonostante la difficile lettura dei documenti d’archivio resa quasi impossibile dalla scadente qualità dell’inchiostro e della carta, dalla pessima grafia, dalle abbreviazioni, dalle formule giuridiche latine, da un resoconto in spagnolo al re. Una notte di agosto del 1741 il governatore Pisani, in “giamerghino e senza perruca”, si reca con i propri servi Domenico  e Francesco Ribecco, “a caccia di cefali” nel vicino fiume Esaro in località Pietra Rotta vicino al Torrione. Lo accompagna anche il Magnifico Giovanni Dorsa, ma in quel periodo dell’anno altri spezzanesi lo incontrano o lo vedono perché intenti a “tritare il grano nell’aria” mentre qualcun altro è espressamente invitato da lui a pescare ma che rifiuta avendo lavorato tutta la giornata. Alla Pietra Rotta, la comitiva viene raggiunta dai fratelli Serafino e Bartolo Nociti, armati di fucile, e da Agostino Molfa, con in mano un bastone, scagnozzi del Cucci che procedono all’arresto dello sbigottito Pisani intimandogli di tornare nel paese ed andare a casa. Il gruppo di persone quindi si incammina per il paese e, qui giunti, il Pisani ordina al soldato del tribunale Antonio Barbato e al mastrodatti Agostino Barbato di incarcerare i Nociti ed il Molfa.

 

Ne nasce una colluttazione con gran partecipazione di presenti, ma una volta calmate le acque, il saggio Pisani ordina la scarcerazione dei tre scagnozzi e nel contempo denuncia l’accaduto alle autorità superiori le quali, precedendo di qualche secolo il legittimo sospetto, affidano l’istruttoria al governatore di S. Lorenzo, Fortunato Mesiani anche perché era sorta anche una “inimicizia” tra il Pisanie e “gli eletti” di Spezzanello. Il Mesiani convoca il sindaco spezzanese Magnocavallo ed alla sua presenza interroga i seguenti testimoni: Antonio Mortato (“dice di viver del suo”, 32 anni), Andrea Nemojanni (“massaro”, 40 anni), Giovanni Dorsa, Domenico de Rosi (“massaro”, 42 anni), Leonardo Spataro (“fattore di campagna dell’Ill. Pri.pe di Tarsia”, 52 anni), Giuseppe Vincenzo Vivacqua (“massaro di bovi”, 40 anni), Costantino Mortati (“massaro di bovi”, 33 anni), Antonio Cucci (“massaro”, 52 anni) Giuseppe Dorsa Pretendente, per la maggior parte analfabeti avendo firmato con segno di croce. Il governatore Mesiani stabilì per il caso le seguenti domande: 1) come esercitava il potere l’”aggente” Cucci; 2) come si comportano i Cucci con gli spezzanesi; 3) come sono avvenuti i fatti in Pietra Rotta; 4) come mai il Pisano abbia emesso dei capi di “fuorbando” contro i Cucci; 5) chi gli ha sparato nel febbraio 1741; 6) perché dopo i fatti accaduti i Cucci ed il Pisano "non si salutavano e levavano il cappello" ; 7) perché ignoti hanno sparato al precedente governatore; 8) come il Pisano ha esercitato il proprio compito e perché si è assentato per molti mesi.

 

 I testimoni unanimi e senza tentennamenti dichiarano che i fratelli D. Alessandro, Ottaviano e il sacerdote D. Dragonetto Cucci sono potenti e prepotentissimi perché “se qualche cittadino scrive all’Ill. Pr.pe di Tarsia per qualche occasione non è inteso per la prepotenza di detti Cucci” ed ancora che essi da anni calpestano i diritti della comunità “ e dispongono a lor modo in essa, tanto che la povera gente ne ha qualche timore”. Quindi da queste esplicite dichiarazioni emerge un quadro desolante del paese preda di questi signorotti senza scrupoli, di manzoniana memoria, che avevano anche la pretesa di fondare chiese e conventi! L’inchiesta non fa piena luce sui fatti, ma dalle testimonianze e dalle voci circolanti nel paese risulta che nel febbraio 1741 ignoti spararono colpi di fucile contro la finestra del Pisani il quale l’anno precedente aveva messo in fuorbando i Cucci, forse per aver commesso questi qualche reato o grave prevaricazione, dopo aver informato l’Ufficiale di Concetto di Terranova, il Magnifico Aniello Mastrotta, sollecitandolo ad aprire un’inchiesta.

 

Dagli interrogatori emerge che l’anno precedente anche governatore, D. Rosario Prenestino da Polistena, era stato fatto segno da colpi di fucile nella stessa stanza dove risiedeva il Pisano11. Di conseguenza tutti notarono che dopo la denuncia all’autorità, i Cucci tolsero il saluto al Pisani e di lui andavano a dire in giro e senza timore, forti del loro potere, che “avevano da travagliare al Sindicato e l’aveano da frustare sopra un bagaglio”. Ma non solo, dopo l’episodio di Pietra Rotta si difendevano sostenendo di averlo fatto arrestare perché “se ne fuggiva”. E questo fu il punto d’appoggio che i Cucci usarono per contrastare e mettere fuori causa il Pisani, forse anche con la complicità dei membri del comune, perché in “ sette mesi e 10 giorni” di ufficio egli si assentò dal paese per “mesi cinque”, forse per recarsi a Napoli dove aveva dimora. Nell’aprile 1742 il processo inizia a Cosenza, presente anche il nuovo sindaco dott. Antonio Brunetti, ma procede a rilento, si riesaminano le carte, il Pisani scrive un dettagliato memoriale di difesa, inoltra suppliche e sollecita un intervento della giustizia che, visto lo strapotere dei Cucci, preferì non pronunciarsi lasciando il Pisani nell’amarezza e gli spezzanesi nelle grinfie di quei tristi figuri i cui eredi per circa due secoli, nel bene e nel male, ne condizioneranno le scelte politiche e sociali.