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FACIO- Il PC spezzino nomina Salvatore commissario politico

FACIO & Storia > Testimonianze
FACIO... una vita per la libertà 


Il PC spezzino nomina Salvatore commissario politico

Nei primi giorni di luglio tutti i capi partigiani che operano tra La Spezia e la Cisa si riuniscono a Zeri per fondare la prima divisione ligure. Ci sono testimonianze (riportate anche da Giacomo Vietti in un volume edito dall'associazione Nazionale Partigiani di Parma) che Salvatore in quei tempi si agita molto, compie frequenti viaggi ed intrattiene stretti rapporti con dirigenti comunisti liguri di stretta osservanza moscovita. Ed è proprio il partito comunista spezzino che lo nomina in quell'occasione comissario politico.

La tragedia di Facio sta per compiersi. Il comando della sua divisione è a Parma. I suoi uomini soffrono gravi stenti per i rifornimenti di viveri e di armi. Con le formazioni liguri, grazie a Salvatore i rapporti sono pessimi. Tutti i lanci appartengono agli spezzini. Ormai questo è il loro territorio. Il 18 luglio un uomo di Facio trova una piastra di mortaio paracadutata dal cielo. Il Comandante ordina di trattenerla. Il 19 un'altro lancio non raggiunge la formazione di Beretta a cui era destinata, in quanto la formazione è sbandata per un rastrellamento. Nessuno si presenta a raccogliere il materiale e allora Facio ordina di nuovo di trattenere il materiale.

Per accusare Facio esiste ormai un pretesto. Il 20 luglio ad Adelano si riuniscono i capi della divisione ligure, appena costituita. Salvatore riesce a convincerli a nominare un tribunale per processare Facio.


Un delitto politico

Sono in diversi a capire che Salvatore è poco più di un esecutore, anche se molto interessato, di decisioni prese atrove.

Ma dove e da chi?

Alcuni si scandalizzano e lasciano la riunione, ma il tribunale viene nominato egualmente: è composto da Tullio, da Renato Arduini, da Salvatore e da Nello e Luciano Scotti. Sono loro che attirano con una scusa Facio all'accampamento di Adelano, sono loro che lo invitano a bere appena arrivato, sono loro che lo disarmano e lo percuotono. Poi lo condannano a morte.

La sentenza ha la firma di Salvatore, anche a nome del partito comunista. A tanti anni di distanza i giudici di Facio sono morti, tutti tranne Scotti.

Scotti vive a La Spezia dove è stato a lungo comandante dei vigili urbani della città.

Lui sa. Sa esattamente chi ha voluto quella morte e quando e dove è stata decisa. Certamente non da Salvatore, ma da qualcuno dal quale Salvatore andava a prendere ordini nei suoi frequenti viaggi. Scotti non ha mai voluto parlare. Assolutamente.

Sono molti i dirigenti comunisti che in quarantanni hanno fatto la spola tra Roma e la casa pontremolese di Laura Seghettini, la sua compagna. Perchè? Cosa cercavano? Chi proteggevano?

Dante Castellucci, detto Facio, calabrese di passione, parigino di cultura, aveva condiviso il comunismo libertario dei fratelli Cervi, che non andava a genio ai dirigenti di partito formatisi alla scuola di Mosca. D'altronde, ormai è certo, la cattura dei fratelli Cervi è stata possibile grazie ad un tradimento di un loro compagno.

Come in Spagna?

Qualcosa di simile è forse avvenuto per Facio. Qualcuno in alto temeva lo spirito del comunismo libertario, temeva quello che Facio aveva imparato dai fratelli Cervi e quello che sapeva sulla loro morte.

In Spagna le brigate intemazionali, fedelissime di Stalin (nelle quali aveva militato Salvatore), non avevano forse sterminato gli anarchici, loro compagni di lotta contro Franco, pur di non mettere in discussione il modello stalinista?

Così è morto Facio, ad Adelano in Lunigiana in un'alba di luglio di mezzo secolo fa. Poi quarantacinque anni di silenzio.

Ora è arrivato il momento di capire, non di compiangere. Perchè la verità è l'unica ad essere rinnovatrice. Perchè, come ha scritto Mauro Calamandrei: «Non è Facio che dobbiamo compiangere; compiangiamo invece i suoi fucilatori e soprattutto i loro mandanti, capaci di tanta scelleratezza»

(Riccardo Venturi)
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