EDITORIALE DI OTTOBRE 2006 - U CASINU RUSSU - a cura di Walter Sirimarco

  Dovevo ricercare il modo migliore per esprimere un doveroso ringraziamento alla direzione che mi ha voluto concedere questo importante spazio e, nello stesso tempo, per dare subito la giusta impronta che accompagnerà, spero per tantissimo tempo, la vita del nascituro sito.
E così, ho pensato che il primo editoriale dovesse necessariamente riguardare il logo del sito che vuole essere il suo biglietto da visita, inequivocabilmente.
L’amico Pierino Cozzitorto,profondo conoscitore e perennemente innamorato di Sant’Agata e della sua gente, inconsciamente mi è stato di grande aiuto, offrendomi, su di un piatto d’oro, l’oggetto dei miei desideri…
Mi regalò, in agosto, il suo nuovo libro intitolato “I nostri racconti” e, sfogliandolo, ho trovato, con grande contentezza, un capitolo che, tra storia, poesia e leggenda, racconta la vita del “casinu russu” che è l’icona scelta come logo del sito.
Il racconto che segue è il testo integrale del capitolo “u casinu russu” che vi invito a leggere, anche perchè sintomatico per comprendere meglio come questo sito nasca e dovrà crescere nel tempo, con l’obiettivo di raccogliere documenti, atti, materiale fotografico, aneddoti, tradizioni, opinioni, osservazioni, idee, discussioni, critiche, notizie d’attualità, fatti e misfatti ma anche divertimento e gossip, una sorta di “grande contenitore” che dovrà aiutarci, speriamo, a riscoprire, insieme, la vera identità della nostra amata Sant’Agata…in un clima di grande collaborazione, di grande amicizia, in una parola sola, di grande “ santagatesità ”.


Walter Sirimarco




Dal libro “ I nostri racconti” di Pierino Cozzitorto



U CASINU RUSSU (Il castello rosso)


Il castello rosso o "u casinu russu" come inteso correntemente dai miei compaesani, mi dà l'impressione di un personaggio poco notato, poco stimato, non importante nel contesto verde e variegato della nostra terra.
Eppure ai suoi tempi si era fatto sentire e come !
Ascoltavo attentamente i vecchi quando mi raccontavano di eventi singolari succedutisi, non esclusa la presenza di briganti provenienti da "grutta a monaca" nel vecchio castello rosso "du spuntapede" all'inizio di "supra strata" nei tempi lontani.
Ora mezzo diruto, frustato dal vento di ponente, rallegrato dallo sciabordio allegro del fiume e rabbonito dal sole di levante se ne sta lì come uno spettro, a sopravvivere, da escluso, nella scia del tempo che inesorabilmente scorre.
Cosa è rimasto di quel mondo; di quelle candele accese nelle sue stanze nobiliari, di quei lumi che con la loro luce soffusa illuminavano la vita ora lieta, ora triste che, come un gomitolo di filo, si dipanava nel suo interno?
Quella sera c'era festa nel salone del castello. Le nozze di don Ermete, figlio maggiore del padrone don Procopio, andavano festeggiate a dovere e, per l'occasione, amici e parenti non erano mancati all'appuntamento lieto del padroncino. Si alternavano i balli con le portate frequenti di dolci nella più normale e giustificata allegria quando all'improvviso si fermò tutto: musica e balli perché don Valerio, parente del padrone con fare minaccioso, estratto un coltello, lo piantò nell'addome di Marcello, un invitato, solo perché aveva visto questi che, ballando con sua moglie, l'aveva, stretta a sé in modo scorretto tentando di baciarla. Furono momenti di terrore e di confusione tra le grida delle donne e lo stupore degli uomini.
Soccorso il ferito,la cosa non ebbe molto seguito perché,purtroppo, i tempi erano quelli che erano e cose peggiori non ne erano mancate come quando don Procopio, per una lite di confine della proprietà terriera, aveva sfidato a duello don Giuliano uccidendolo.
Per fortuna però a queste visioni fosche del castello se ne opponevano altre più belle, leggere e succulenti che militavano a favore di una visione e di una nomea apprezzatamente godereccia.
A completamento del lato signorile quali feste, balli e ricevimenti vari non mancavano lati cavallereschi ed amatorii sui quali poi in paese si lavorava, con fantasia pettegola, adornandoli ed abbellendoli con trovate e ricami scherzosi e frizzanti.
In questo clima, naturalmente, non passò sotto silenzio la serata di tentato amore clandestino ed abusivo di don Pancrazio con la bella Lauretta, donna giovanissima ed ammirata da tutti gli uomini del paese.
C'era stato in quel tempo, per necessità ovvia di interessi finanziari, un passaggio di proprietà del castello, venduto al succitato don Pancrazio, nobile del momento, al quale piaceva di più continuare a vivere in paese godendosi la rendita della proprietà annessa al castello.
Per tale ragione aveva dato la gestione di detta proprietà a mezzadria ad un contadino, certo Peppino marito di Lauretta, evoluto e preparato in materia agricola per cui il nuovo padrone era tranquillo e sicuro dell'onestà e della professionalità del mezzadro.
Povero don Pancrazio però, suo malgrado, non era tranquillo dal punto di vista sentimentale poiché la presenza di Lauretta, per la simpatia che emanava e per la sua bellezza, lo turbava profondamente.
Nella sua veste di padrone, innamorato cotto della mezzadra, visto che non digeriva per niente sua moglie donna Ortensia, brutta, fredda, antipatica e tutta imbellettata da sembrare una statua, pensava e sperava di ottenere l'amore di Lauretta. Essa era felice di avere sposato per amore Peppino ed il loro menage matrimoniale era perfetto anche per il fatto, come diceva lei,che il marito le lasciava tutte le libertà poiché non era per nulla geloso e nutriva tutta la fiducia circa la condotta della moglie.
Don Pancrazio, illudendosi, come padrone, di ottenere qualche favore da Lauretta, non mancava, con la scusa di controllare l'andamento dell'azienda, di frequentare il castello e trascorrere un po' di tempo in loro compagnia.
Quella sera però il padrone era più eccitato del solito avendo trovato Lauretta sola, essendosi Peppino allontanato per commissioni in paese, e pensando di essere arrivato il momento giusto, si avvicinò ad essa ed, una volta abbracciata, le dichiarò, eccitato, tutto il suo amore pregandola di concedersi sessualmente a lui approfittando, per l'appunto, dell'assenza del marito.
La povera donna, presa così alla sprovvista, si difese con tutte le sue forze ma lui, al massimo dell'eccitazione, stava per avere il sopravvento quando Lauretta, usando un po' delle sue doti adescanti femminili, gli disse con voce affannosa e supplichevole, che sarebbe andata a letto con lui se aveva la bontà di aspettarla un momento affinché potesse chiudere bene a chiave la porta poiché il marito, mentendo artatamente, gelosissimo, se l'avesse trovata sul fatto, sicuramente l'avrebbe uccisa.
Gli chiese pure un minuto di tempo per andare in terrazza, visto che il tempo minacciava di piovere, dovendo rientrare i contenitori con i fichi messi ad essiccare al sole per la provvista.
Don Pancrazio, poveretto, abboccò forse per il grande amore e le credette. La lasciò libera sicuro che avrebbe mantenuto la promessa, e lei invece, infilata la porta, correndo a perdifiato, imboccò il primo viottolo che le capitò perdendosi, nell'oscurità della prima sera, fra cespugli ed alberi, nella campagna oltre il fiume.
Quando guardo oggi "u casinu russu" nella zona "du spuntapede" il mio pensiero sembra fermarsi ed attendere la visione di qualcosa.
Cosa sia poi questo qualcosa non riesco mai a materializzarlo. Forse potrebbe aiutarmi a capirlo il vento quando agita gli alberi e soffia, sibilante, sinistro, dalla "Cannicella e du Cuppunu" sussurrandomi discorsi di voci antiche; o forse la pioggia insistente che, scendendo, arriva a fondovalle portandosi dietro un fiume di ansie, di paure e di prepotenze.
Assonanze e dissonanze; lembi di vita galleggianti come foglie sparse e flaccide su acque torbide di eventi incomprensibili.
Apprensioni di giorni tristi, lugubri senza fine; notti paurose pullulanti di esseri ambigui e figure losche.
Momenti inquisitori drammatici ed inquietanti; illusioni perse nel nulla.
Esseri viventi in equilibrio instabile fra un lumicino di ragione ed una marea di egoismi e di sopraffazioni.
Nelle giornate limpide invece quando, al tramonto "u casinu russu" si veste di una coltre di luce carica di pagliuzze d'oro e di cinquettii di uccelli nell'aria tiepida della primavera e dell'imminente estate, gli scenari delle mie visioni e dei miei sogni sembrano cambiare di colpo.
Non più ombre, equivoche e tetre passeggiano per la mia mente ma il vecchio castello; il maniero, si popola di colori vivaci e di figure allegre e sognanti di gente varia, di cavalieri e di dame.
Discorsi allegri fra sorrisi e complimenti: baciamani, sinceri o affettati persi nel verde e tra i fiori di mille colori o nel chiuso di salotti odoranti di profumi tra rossori timidi di donne e tintinnii di armi.
Odori di amori, di ciprie, di fiocchi variegati e di pizzi antichi.
Quasi svegliandomi da un sogno cerco allora un aggancio con la realtà della vita di ogni giorno. Lo trovo pure ma lo faccio con difficoltà perché l'ombra del castello, a baluardo della nostra S. Agata antica, quasi a vegliare su di essa, insiste nella mia fantasia con i suoi angeli ed i suoi demoni.
Specialmente a pomeriggio inoltrato, quando il sole rosso di fuoco, giocando ed indugiando coi suoi raggi, stenta a suicidarsi fra alberi e fantasiosi merli grigi di anni quali denti di una smisurata sega, sugli argini.