EDITORIALE DI GENNAIO - FEBBRAIO 2007 - - a cura di Walter Sirimarco
«Facio», il partigiano fucilato dai compagni
Da “IL GIORNALE” - giovedì 25 gennaio 2007
Dante
Castellucci, il partigiano «Facio», giovane e leggendario comandante del
distaccamento «Guido Picelli» operante in Lunigiana, venne fucilato
all’alba del 22 luglio 1944 nei boschi sopra Adelano, nel Pontremolese.
Alla sua memoria è stata concessa nel ’63 una medaglia d’argento al
valor militare. Ma il partigiano «Facio» non cadde sotto il piombo
tedesco o repubblichino in uno dei tanti rastrellamenti che
imperversarono su quei monti tormentati.
È ben noto che la Resistenza non può essere
sottoposta a critica, pena l’infamante accusa di «revisionismo», accusa
che colpisce anche storici di provata fede «resistenziale» e di
altrettanto provata onestà (vedasi la nota censura nei confronti del
libro di Alberto Cavaglion, “La resistenza spiegata a mia figlia”,
rifiutato da Einaudi e poi pubblicato da L’Ancora del Mediterraneo). È
altrettanto noto che dai primi mesi del ’44 in poi la leadership del
movimento partigiano fu saldamente in mano alla dirigenza comunista, ben
decisa a proseguire in una propria ottica della guerra, eliminando senza
pietà i compagni di lotta che ne intralciavano la strategia.
Bastano, a confermare l’egemonia comunista
e la ferocia con cui essa venne mantenuta, episodi come la fine del
capitano Ugo Ricci, ucciso in un agguato dai contorni oscuri il 3
ottobre ’44 a Lenno, sul Lago di Como, e la cui tragedia è stata
rievocata da Luciano Garibaldi in “I giusti del 25 aprile” (Ares).
Nessun dubbio invece sulla volontà di eliminare i cinque partigiani non
comunisti della «missione Strasserra», massacrati a Portula, nell’alta
Valsèssera, il 26 novembre ’44 per ordine del capo comunista Francesco
Moranino, in arte «Gemisto». E nessun dubbio sulla volontà criminosa che
presiedette all’eliminazione di due delle mogli degli uccisi (vedasi per
altri particolari “ Pci. La storia dimenticata”, di Sergio Bertelli e
Francesco Bigazzi, Mondadori).
La vera storia del partigiano «Facio» è
rimasta nascosta sotto un cumulo di menzogne ufficiali, anche se la
verità è stata sempre ben nota agli uomini che combatterono con lui come
alla sua compagna Laura Seghettini, testimone oculare della tragedia di
Dante Castellucci. Documenti e testimonianze sono stati anche pubblicati
ma sono rimasti confinati nella memoria locale, debole cosa nei
confronti della roboante motivazione della medaglia al valore: «Valoroso
organizzatore della lotta partigiana, incurante di ogni pericolo,
partecipava da prode a numerose azioni cruente. Scoperto dal nemico, si
difendeva strenuamente: sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi,
veniva ucciso sul posto».
Sulla tragica - ma anche romantica - figura
di Dante Castellucci torna ora, con un preciso esame delle fonti
storiografiche e l’ascolto degli ultimi testimoni diretti dei fatti,
Carlo Spartaco Capogreco nel saggio “Il piombo e l’argento” (Donzelli,
pagg. 240, euro 24,50, da oggi nelle librerie). Affascinante figura di
un giovane calabrese (era nato a Sant’Agata di Esaro, in provincia di
Cosenza, nel ’20), emigrato bambino in Francia con i genitori, colto e
preparato anche se autodidatta, autore di poesie e commedie. Rientrato
in patria, Dante si legò d’amicizia con un altro fiabesco personaggio,
Otello Sarzi, appartenente a un’antica famiglia veronese di burattinai
ambulanti che si trovava in Calabria al confino di polizia per le sue
idee antifasciste. Fu lui a trascinare Dante in Emilia e a fargli
conoscere la famiglia di Alcide Cervi (il padre dei fratelli Cervi).
Divenuto il suo braccio destro, fu catturato in uno scontro con i militi
fascisti il 25 novembre ’43, riuscì a fuggire, raggiunse la Lunigiana e,
dopo la morte in combattimento di Fermo Ognibene, assunse la direzione
del distaccamento «Picelli». Il coraggio di «Facio» si trasformò in
leggenda dopo la cosiddetta «battaglia del Lago Santo», una bellissima e
isolata località dell’Appennino parmense dove «Facio» e uno sparuto
gruppo di partigiani respinsero l’attacco di 80 militi della Gnr e di 30
militari tedeschi, suscitando persino l’ammirazione del nemico.
È forse iscritta nella sua tendenza
all’autonomia e nella sua visione politica inclinante al «socialismo
umanitario», la tragedia di «Facio», inviso al commissario politico del
«Picelli», il partigiano «Salvatore», al secolo Antonio Cabrelli, un
militante comunista rifugiatosi a Mosca durante il fascismo dove aveva
frequentato la scuola di partito e poi inquadrato, durante la guerra di
Spagna, nelle Brigate internazionali di stretta osservanza moscovita,
responsabili della morte di tanti anarchici spagnoli. Per eliminare un
partigiano «di non sicura fede» bisogna fabbricare delle prove. E
Cabrelli le trova in una supposta (e sempre smentita) appropriazione da
parte di «Facio» del materiale e del denaro proveniente da aviolanci
alleati.
Come scrisse Maurizio Bardi sul mensile
Lunigiana Sera nel 1999, «il 20 luglio ad Adelano si riuniscono i capi
della divisione ligure appena costituita: Salvatore riesce a convincerli
a nominare un tribunale per processare Facio. Sono in diversi a capire
che Salvatore è poco più di un esecutore, anche se molto interessato, di
decisioni prese altrove...». Sarà un «tribunale di guerra» presieduto da
Antonio Cabrelli e formato da Luciano Scotti, Renato Jacopini, Primo
Battistini, Giovanni Albertini e un certo «Alda» (forse Nello Scotti,
padre di Luciano) a decidere la condanna a morte di Dante Castellucci,
fucilato all’alba del 22 luglio da un plotone composto da partigiani del
battaglione «Signanini» agli ordini di un fantomatico «Comando unico»
spezzino. Ma secondo Laura Seghettini la condanna fu pronunciata in nome
del Partito comunista. Poche ore dopo, Antonio Cabrelli visitò i
distaccamenti del «Picelli» comunicando agli sbalorditi partigiani che
il loro comandante era stato processato e fucilato perché si era
appropriato di mezzo milione di lire sganciato dagli aerei alleati.
Così morì il partigiano «Facio», a 24 anni.
Il resto è la storia di una menzogna lunga sessant’anni, costruita dal
cinismo della dirigenza comunista, complice l’omertà di molti ex
compagni di Castellucci che conoscevano la verità. Per questa verità
Laura Seghettini si è battuta tutta la vita.
