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DOC. VERSO L'IGNOTO 1906 - GAELE COVELLI

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VERSO L'IGNOTO 1906 - GAELE COVELLI

Graditissima concessione della Galleria d' Arte di Agostino Russo Ispirato da: VERSO L'IGNOTO 1906 - GAELE COVELLI PER DANTE CASTELLUCCI (IL FACIO) - TECNICA VINARELLO - ANNO 2006 CM 21 X 29,7

VERSO L’IGNOTO 1906 : Il drammatico viaggio degli emigranti in un vagone di terza classe.

Olio su tela,dim.430 x 280, Catanzaro, Museo Provinciale, proprietà Amministrazione Provinciale.

Ispirato da Verso l‘Ignoto 1906 Gaele Covelli per Dante Castellucci (il Facio)

Fu presentato nel 1906 alla esposizione di Milano e nel 1907 all’esposizione “Amatori e Cultori” di Roma dove venne acquistato da Achille Fazzari e venne inviato in Calabria alla Ferdinandea.

La scena è ambientata in un carrozzone ferroviario e per riprodurla fedelmente, il Covelli si fece costruire un intero vagone nel giardino, sfondando una parete del suo studio. Il treno non corre, si è fermato ad una piccola stazione, il treno pesantissimo e lento degli emigranti e della povertà, là dove altra gente deve partire per mete lontane, verso ignote fortune o sfortune e si distacca dalla sua terra. Il lieve riverbero del tramonto che già si diffonde dietro i colli, entra per i finestrini e tocca le figure che si sporgono per l’ultima carezza dei parenti o per uno sguardo di segreta angoscia, verso la campagna muta arsa, tenebrosa, mentre all’interno del convoglio profondo, diffuso di velata luce giallo – rossa, ferve il disordine delle rozze carovane, e specie di un gruppo centrale incuriosito in torno ad un grammofono randagio. Fra poco un fischio rauco scuoterà tutti, il treno si muoverà, ad un coro di pianto, un coro quasi funebre, si leverà dalla piccola stazione: lagrime di madri, di spose, di figli, lagrime di distacco che inseguiranno gli esuli, dalla rude fronte abbassata e solcata di dolore, e poi si perderanno nella tristezza della sera”.

(A. Frangipane, Op. cit.). Si noti l’intensità espressiva di alcune figure: quella del giovane Bruzio che sta al terzo che sta al terzo finestrino con gli occhi abbassati su la più acuta concentrazione di affetto di nostalgia… degna di Michetti, magistrale nella semplicità costruttiva e nella energia interpretativa…; il profilo del giovane padre che bacia il suo piccolo; la figura terrea del rozzo contadino che reca il suo ultimo tozzo di pane paesano e si volta verso l’interno; il gruppo in penombra che al primo sedile si raccoglie per sfogare la spasimante tenerezza paterna e filiale; figure costruite aforza di toni bassi, ocre bruciate, rossi opachi e sanguigni – con effetti radenti delle due luci: quella e fumosa delle lampade ferroviarie ed il barlume violaceo proveniente dall’esterno”. L’opera nell’esposizione di Roma fu ammirata dalla Regina che volle conoscere il pittore. “mi rallegro con lei –gli disse la Regina- ci vuole una bella padronanza dell’arte per poter riprodurre come ella ha fatto, un ambiente così difficile”.

(IL FIERAMOSCA,ROMA,19-2-1907).

Per “Verso l’ignoto”.

L’opera del Covelli è senza dubbio la più importante, non soltanto per le dimensioni, ma anche per il tentativo felicemente riuscito,… che gli è costato qualche anni di studi e di fatiche.

FIERAMOSCA – Roma,19 febbraio 1907.

Per “Verso l’ignoto”.

E’ il moto di ogni esistenza. Ma quando l’esistenza è agitata dalle vicende del dolore e del bisogno, l’ignoto non è l’intima e oziosa domanda che ogni anima rivolgendosi in se stessa si pone senza ottenere altra risposta se non un fremito nuovo di speranze , di desideri, ma il problema positivo, attuale, urgente che spetti una soluzione, è il problema della vita. Per molti il problema è risolto prima che impostato, perché la fortuna industre con gli ignavi, avara con i solleciti, l’ha risolto per loro; per altri molti invece è il tormento, è il travaglio di ogni crepuscolo e d’ogni aurora. Tra quanti lasciano la soglia domestica e muovono in comune per un cammino lontano, l’opposta visione dell’ignoto si disegna viva e parlante nell’espressione, nell’atteggiamento e persino della bisaccia del pellegrino o triste o lieto o sognante o preoccupato.

L’Ignoto non è il luogo d’arrivo, che l’indiscrezione di un controllo ufficiale legge facilmente nella tessera di viaggio, ma è il dubbio e il destino che aspettano invisibili al di là d’ogni confine il viaggiatore. Queste diverse visioni, frequenti e caratteristiche in una delle più toccanti occasioni della vita, si svolgono in un ampia tela in cui è dipinto l’interno di un umile carrozzone della strada ferrata. Il convoglio è fermo chi sa da quanto tempo e per quanto ancora! Da una scena d’addio s’intuisce che la fermata avviene in stazione all’aperta campagna: è l’ora del crepuscolo: attraverso i finestrini del carrozzone si scorgono tratti di monti, su cui una luce morente spande un tono tenute di quiete e di mestizia: due lumi ad olio quell’immondizia che la provvidenza dei nostri servizi ammonisce gli occhi e al naso dei viaggiatori)illuminano fiocamente l’interno, avvantaggiandone subito la nota caratteristica e di sentimento: trenta figure popolane occupano gli assiti.

Sono note umane e tristi e gaie, visi atteggiati alla preoccupazione e alla spensieratezza in vivo contrasto fra loro, pose di compiacimento e di disagio. Verso l’ignoto si avviano sospinte da un bisogno o da un’illusione, da un sogno o da una fredda realtà . In prevalenza palesano il rimpianto amaro della patria che abbandonano e l’ansia cupa per una miglior fortuna che ignorano. E par che dicano con i pellegrini del romanzo: addio, monti! Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di far altrove fortuna , si disabbelliscono, in quel momento i sogni della ricchezza; egli si meraviglia d’essersi potuto risolvere e tornerebbe allora indietro , se non pensasse che un giorno tornerà dovizioso; quanto più s’avanza nel piano il suo occhio si ritira disgustato e stanco da quell’ ampiezza uniforme, l’aria gli par gravosa e morta, s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose, le case aggiunte alle case, le strade che sboccano nelle strade che pur gli levano il respiro; ma chi non aveva mai spinto al di là di quei monti neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i suoi disegni dell’avvenire, ora n’è balzato lontano da una forza perversa! Siamo- - è lecito rilevarlo dai particolari della pittura e dal nome del pittore – in presenza di emigranti calabresi, che sonoi più numerosi e i più desolanti d’Italia, giacchè per la via dell’emigrazione il sangue migliore scorre lontano da quella terra, appunto per questa squallida e brulla, appunto per questo popolata di gente ignava e infruttuosa.

E’ stato un torto del pittore non vestire i personaggi dei loro vistosi e bizzarri costumi, che aggiungono tanta grazia alla donna dell’incarnato e dal vestito scuro con la benda di colore delicatissimo fermato a diadema su la testa, con le calze lunghe e tagliate al piede ignudo, con la camicia dalle maniche sormontate dalle manopole. Tutto ciò avrebbe avvantaggiato il colore locale, il carattere e il sentimento dell’opera: qualità, queste che in arte non sono mai d’avanzo. Il quadro costruito con coraggio di prospettiva e con maestria di disposizione; le varie figure hanno un atteggiamento ed espressione propri e bene appropriati; l’insieme è toccante, di espressione rapida, di effetto immediato, specialmente per la varietà e il contrasto delle figure e dei gruppi che compongono un tale insieme. Nel fondo del quadro è un gruppo tutta spensieratezza e giocondità: un Edison ambulante si è piantato in quel carrozzone di terza classe con un grammofono che è la delizia di quel gruppo ma la croce degli altri.

Nel primo piano, illuminato da due luci, la crepuscolare che penetra dal di fuori e quella a olio che cola malinconia dalle due lampade, vi è un contadino stupido che interrompe la sua povera merenda per significare donde viene quella voce umana ed è una figura veramente caratteristica, espressiva, ben disegnata, indovinata; accanto questa quella di un bambino dritto nel suo posto per vedere e per sentire meglio il grammofono mentre la giovane madre è tutta compresa della pietà d’un bacio d’addio che dà un padre partente al figliuolo portogli dal finestrino; più sopra un’altra madre che sorride al suo lattante , il quale ha lasciato allora la mammella, distratto da quel suono umano artificiale;a destra un bel vecchio su una spalla del quale si abbandona la figliuola e su le ginocchia si stringe una bambina, come se la fatalità non avesse a disgiungerli in quella corsa verso l’ignoto; altre figure si muovono su la tela, dove la vita circola nella vivacità di sentimenti diversi e accentuati;su tutto domina un soffio di mesta ansia e di infinito dolore.

L’autore è Gaele Covelli; fiorentino d’adozione, che con quest’opera rivela un progresso notevolissimo nell’arringo dell’arte sua, in cui ebbe a maestro Domenico Morelli. Questa è la seconda volta che il Covelli tratta un soggetto ferroviario. Nell’Idllio fugace, il suo primo quadro grande, che fu premiato a Bologna, trattò un mezzo compartimento di terza classe, nel quale un giovane viaggiatore si industria con una giovane viaggiatrice mentre gli altri dormono un sonno profondo, dimentico delle proprie avventure e di quelle degli altri… Oggi ci presenta tutto un carrozzone. Ma quanta maggiore sicurezza di disegno, quanto più sapiente trattamento della tecnica, quanta più efficacia espressione del sentimento! Col progresso che Gaele Covelli ci rivela nel quadro destinato a navigaredall’Arno al Naviglio gli è lecito di pretendere di essere presto riconosciuto, anche se non insiste nella sua specialità delle terze ferrovie, un pittore di prima classe…

DALL’ARNO AL NAVIGLIO – G.ROSADI

Per “Verso l’Ignoto”.

….andai al suo studio nel fondo della grande stanza spiccava un grosso quadro di quasi cinque metri coperto da una tela .Il Covelli sollevò al mio invito titubante e quasi agitato. Era quello il primo giudizio sul suo ultimo lavoro.

Vidi un enorme carrozzone di terza classe pieno di gente agitata, rischiarato audacemente da tre lampade , per i vetri dei finestrini un triste tramonto metteva, in un vivace contrasto, la sua morente luce azzurrognola. Un soffio di vita animava le diverse figure e tutte palpitavano per l’ambiente che viveva sotto le due luci fuse in quell’aria di tristezza che era come il commento dell’ora grigia e dalla scena che si distaccava dal quadro. Alcune figure in primo piano , quella d’un vecchio contadino, di una fresca sposina, di una donna che dà da succhiare ad un bimbo, di un suonatore ambulante; erano così fuse con l’ambiente e con le altre meno distinte e più confuse nel fondo, che astraendomi dal pittore e dallo studio, io potetti immaginare di essere veramente in un carrozzone di terza classe su una delle tante ferrovie italiche. Vedi – mi disse il Covelli – ci lavoro da nove mesi e lo manderò a Milano nel 1906.

E’ un vagone di poveri emigranti che si avvia al porto d’imbarco.Che te ne pare? – Mi pare di esserci- dissi io. Ma una sorpresa mi fece voltare il capo. A sinistra guardando in una porta che dava in un gran giardino, vidi l’interno di un carrozzone ferroviario al completo, con le panchette, i finestrini, le tendine sporche, le lampade elettriche, gli spegnitoi:non mancavano le figure del quadro. Un modello che a dir poco valeva più di un paio di mille lire. Perdinci dissi – questo vuol dire ritrarre sul serio il vero!Il Covelli sorrideva col suo pizzo mefistofelico perché, difatti, la trovata non poteva essere più geniale, e costituiva un coraggioso esempio per gli artisti. Il guaio è che non tutti si possono permettere il lusso di farsi costruire nel proprio studio un enorme carrozzone ferroviario per farne un quadro.

ETTORE JOVINELLI

Per “Verso l’Ignoto”.

Ricordo quei tempi:era il 1903 ed io mi recavo spesso dal Covelli in via delle Ruote dove aveva il suo studio;noi stampavamo un giornale nella medesima strada. Mi recavo dal Covelli , il quale in una stanza aveva montato, per gentile concessione delle ferrovie, un vero e proprio vagone di terza classe. In mezzo alla stanza troneggiava un colossale grammofono. In fondo era una tela sesquipedale gelosamente coperta: il quadro! Quando il Covelli lo espose per la prima volta fu un coro di lodi, di critiche, di discussioni: e volgare E’ straordinario! E’ troppo vero. E un pezzo di pittura da far tremare… E’ così via. Era davvero un pezzo di pittura straordinario, denso di concetto, pieno zeppo di figure , al lume rosso dell’interno e col contrasto del cielo freddo, di fuori e in mezzo la macchia viva del fonografo d’ottone acceso da riverbero…un quadro pieno di colore di movimento, di vita. Fu esposto a Milano nel 1906 e a Roma nel 1907, dove lo comprò l’onorevole Achille Fazzari.

TERRA NOSTRA –FERDINANDO PAROLIERI

Tratto dal sito: www.agostinorusso.com

 
 
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