FACIO... una vita per la libertà
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III°
APPUNTAMENTO
APPROFONDIMENTI:
I LUOGHI DELLA RESISTENZA IN LUNIGIANA
IL CASO FACIO, IL FINTO PROCESSO E LE VERITA' NASCOSTE
di Maurizio Bardi
da Cronaca di un secolo in Lunigiana
Questo
articolo è stato pubblicato nel mese di ottobre 1990 sul mensile Lunigiana
la Sera. Lo riproponiamo come itinerario per «I luoghi della resistenza in
Lunigiana»
Quella del 21 luglio è una giornata di mezza estate particolarmente afosa.
Un vento caldo sfiora le piante che sbucano come lance sui monti intorno a
Zeri.
Mi sono alzato presto per arrivare nella prima mattinata ad Adelano.
Quella del 21 luglio è una giornata strana: è la prima volta che salgo da
queste parti ed appena dopo qualche ora mi pare di conoscere tutto il
paesaggio intorno.
Ho dormito poco ed ho pensato tutta la notte inseguendo con la mente dei
colpevoli o forse dei mandanti.
Intorno sui prati ci sono ormai troppi villeggianti, troppi bambini che
gridano, che giocano a palla.
All'alba di 46 anni fa Dante Castellucci, detto Facio, è stato ammazzato a
fucilate proprio sul dosso di questa montagna. Sì, lo confesso: questa
storia, la storia di questa morte assurda, o forse anche troppo chiara, mi
ha appassionato ed emozianato come se fosse successa ieri.
La sentenza di morte era stata firmata durante la notte dall'ex commissario
politico dello stesso battaglione di Facio, Antonio Cabrelli, o meglio
Salvatore.
Ma perchè fu firmato quell'ordine? Chi aveva ispirato il Tribunale speciale
ad emettere la condanna col banale pretesto del furto di un lancio?
Le rivalità tra piccoli capi partigianii o qualcuno molto più in alto?
Nemmeno Facio riusciva a capirlo e stava andando a morire per mano dei suoi
compagni senza sapere perchè.
Verso le cinque il fatto è avvenuto. Sono partiti dieci, forse venti colpi
da fucili che non volevano sparare. Poi il silenzio. Poi le grida. Poi nuovo
silenzio. Per Laura Seghettini, la sua compagna, per Libero Spuri, per
Antonio Pocaterra, rinchiusi in una cantina dopo avere accompagnato la sera
prima il capo e l'amico ad Adelano, sono stati il segnale che il fatto era
avvenuto.
Rimango qui a scaldarmi al sole guardando intorno le montagne.
So esattamente come il fatto è avvenuto. So esattamente quello che è
avvenuto nelle ore immediatamente precedenti.
Il finto processo
Verso la metà del finto processo è arrivata Laura. Lui stava zitto e non si
difendeva. Lei lo ha pregato, lo ha scongiurato di dire tutto quello che
sapeva su Salvatore, sul personaggio che lo stava accusando. Ma lui non si
difendeva, perlomeno davanti ad un tribunale dei partigiani.
Dopo la sentenza lo hanno rinchiuso in una cantina insieme a Laura ed a un gruppo di uomini che dovevano sorvegliarlo a vista. Tutti lo conoscevano di fama. Questi uomini non volevano la sua morte, volevano che scappasse. Laura lo ha pregato, lo ha scongiurato di scappare. Ma lui non voleva, perlomeno non dai partigiani..
Alla mattina alle cinque lo hanno portato fuori nel prato. Facio era l'unico
che non tremava. Il plotone non voleva sparare, finchè lui ha gridato di
farsi coraggio, di puntare e premere il grilletto.
E cosi hanno fatto. Così ha avuto fine la vita di Dante Castellucci, detto
Facìo, intellettuale calabrese emigrato in Francia, uno dei comandanti più
coraggiosi della guerra partigiana.
Hanno gridato forte i suoi amici, imprigionati nella cantina e svegliati
bruscamente dal rumore ritmico delle pallottole da esecuzione. Poi per tanti
anni il silenzio.
Durante la notte Facio ripensava al perchè lo volevano morto. E al suo
passato.
Emigrato in Francia, a Parigi aveva studiato filosofia alla Sorbona ed aveva
imparato a suonare il violino.
Ah, fosse rimasto là, non avrebbe mai conosciuto Salvatore, il suo
assassino! Ma non avrebbe nemmeno conosciuto i fratelli Cervi, le loro idee
libertarie, il loro coraggio. E allora meglio così!
Foto dei fratelli Cervi
Foto tratte dal sito : http://www.anpimarassi.it/



