Il Dizionario e la grammatica del dialetto santagatese a cura di A. Ranuio
DIZIONARIO DEL DIALETTO SANTAGATESE
Introduzione
Per la stesura di questo dizionario ho dovuto effettuare, così come si fa per l’archeologia, veri e propri scavi, “Scavi linguistici nel dialetto di Sant’Agata di Esaro"; Devo riconoscere che è stato un lavoro molto lungo ed estenuante, iniziato nel lontano 1989, ai tempi in cui lavoravo nella Biblioteca Nazionale di Cosenza. Mi sono stati molto utili i testi di eminenti scrittori calabresi e non, consultati nella fornitissima Sezione Meridionale. Il dizionario conta oltre 12.000 voci. Per ultimare questo lavoro ho impiegato circa dieci anni e vuole essere un omaggio a tutti gli emigrati soprattutto quelli d’oltreoceano, i veri, unici nostalgici e conservatori incalliti delle nostre radici più profonde. Nelle loro menti e sulle loro labbra, marchiato in modo indelebile si conserva intatto il nostro caro dialetto, o meglio quello dei nostri padri, così come lo appresero da bambini e mai scalfito dall’uso continuo di altre lingue.

Con l’emigrazione, iniziata nell’immediato dopoguerra, dal sud verso il nord dell’Italia, il dialetto santagatese, come tutti gli altri dialetti calabresi, ha subito una vera e propria metamorfosi trasformandosi, purtoppo, in un miscuglio fra la lingua italiana ed altri dialetti che qualcuno ha simpaticamente definito italiese, con numerose voci nuove introdotte. Il danno culturale che ne è derivato è irreversibile per quanto riguarda la lingua parlata. Per la scritta si può fare ancora molto, perciò ho deciso di effettuare delle ricerche in importanti istituti di cultura e raccogliere le testimonianze dirette di anziani concittadini per poter compilare un dizionario santagatese.

Con molta modestia, era molto grande dentro di me la voglia di arrestare la parabola inesorabilmente discendente del nostro dialetto verso la sua estinzione, di riportare alla luce un pezzetto di memoria storica del nostro piccolo centro dell’entroterra calabrese, per conservare la nostra identità culturale, far conoscere ai più curiosi la lingua dei nostri luoghi e dei nostri padri, far capire ai ragazzi che non bisogna dimenticarla, ma di essere orgogliosi delle proprie origini. Spero di esserci riuscito, anche solo in parte. Mi hanno accompagnato, costantemente, in questo lungo lavoro, una immensa pazienza, l’amore per Sant’Agata e l’insegnamento del grande filologo e critico G. Bertoni che scrisse:” Prescindere dal dialetto non si può senza recidere il tronco ideale della nostra esistenza spirituale, perché il dialetto è un elemento costitutivo della nostra formazione morale, è una voce che non tace neppure quando crediamo di averla dimenticata”.
Un po di storia del nostro dialetto
Come tutti i dialetti della Calabria, anche il santagatese non ha potuto sottrarsi all’influenza delle lingue e delle civiltà straniere, ad iniziare dal sec. VIII a.c. con la Magna Grecia che esercitò la sua opera di civilizzatrice per oltre cinque secoli, fino a quando cioè nel corso del III sec. a.c. i romani non la sottomisero con la forza. Una nuova influenza ellenica si ebbe dopo la caduta dell’impero romano d’occidente (476 d.c.), non fu della stessa vastità della precedente , ma si rivelò molto intensa e penetrante. Il grado di penetrazione dell’ellenismo nella nostra civiltà e quindi nel nostro dialetto, lo possiamo verificare ancora oggi per la presenza di molti vocaboli ben assimilati e quindi entrati a far parte della nostra vita quotidiana.
Esempi: Carrà (rotolare) da Karràs (bosco di cerri); Gàjimu (azzimo) da àzimos (azzimo); stutà (spegnere) da aistòo (spegnere, estinguere); Cacùmmiru (corbezzolo) da kòmaros (corbezzolo); Cannàta (caraffa) da kànata (caraffa, boccale); Càntiru
(vaso con anse, vaso da notte) da kàntharos ( vaso con anse, vaso da notte); Carusà (tosare) da kèiro (toso, taglio); mmuzzà (accorciare) da mùzo (brontolo, mando suoni rochi); scìfu (truogolo) da skyphos (truogolo); Catùoju (locale interrato, sotterraneo) da katògaios (locale interrato, sotterraneo); Ceramìlu (coppo, tegola) da keramìs ( tegola); Frascàtugua (Polenta) da phrìssein (fremere, polenta); Nchjàstru (cataplasma) da ènplastron (cataplasma); Ngignà (iniziare) da enkainizo (iniziare); Quatràru (ragazzo) da koròteros (compratore di kòros, giovane, ragazzo); Zìmmiru (becco, capro) da chimaros (becco, capro); Zìtu (sposo)da zetèo ( vado cercando, giovane in cerca di fidanzata,sposo);
Si può ritenere, comunque, che già nei primi secoli dell’era cristiana, l’opera di latinizzazione della Calabria fosse un fatto compiuto, e in gran parte era stata realizzata anche l’unità linguistica, purtroppo, però, con la crisi dell’impero romano e con le invasioni barbariche che seguirono, quest’ultima si arrestò e si fecero strada piano delle forme di linguaggi rispondenti a caratteristiche proprie di ogni gruppo o insediamento, tali linguaggi anche se in apparenza molto diversi fra loro in quanto si differenziavano e discostavano dal latino, tutti, in fondo lasciavano trasparire con chiarezza l’appartenenza allo stesso ceppo, come del resto per tutti i dialetti d’Italia. Infatti a chiunque abbia anche una piccola conoscenza del latino, non può sfuggire il rapporto che lega il dialetto santagatese, come pure gli altri dialetti calabresi all’antica lingua dei romani.
Esempi: Avèra (avrei) da habueram; Facèra (farei) da feceram; Ghèra (ero) da iveram; Putèra(potrei) da potueram; Avìmu (abbiamo) da habemus; Avìti (avete) da habetis; Jì (andare)da ire; Jìvidi (andava) da ivi; Jamunìnni(andiamocene) da eamus inde; Cìciri (ceci)da cicer-ris; Crìvu (crivella, setaccio)da cribum; Fòra (fuori) da foras; Fèti (puzzare)da foetere; Gùvitu (gomito) da cubitus; Lavìna (Corso d’acqua melmosa) da labina; Palùmmu (colomba) da palumbus; Ruvètta (rovo) da rubettum; Sivu (sego) da sebum; Vàdu (guado) da vadum; Vùrdu (sazio) da gurdus (ingordo) ecc.
Un gran numero di vocaboli nel passaggio al dialetto hanno subito variazioni, per trasposizione o per sostituzione di alcune lettere, per aggiunta di vocali o per caduta e addirittura alcune volte per storpiatura, ma che hanno mantenuto strettissimi legami con il latino, nonostante tutto.
Esempi: Jittà (gettare)da jactare; hjùocculu (fiocco)da flocculus; Nzurà (sposare) da inoxorare (prendere moglie); Aduttàtu (adottato) da optata (desiderata). Si potrebbe continuare a lungo con estrema facilità ad elencare termini di origine latina presenti nel nostro dialetto ma penso possano bastare tutti quelli elencati per dimostrare come esso attinga con più forza nel latino piuttosto che nel greco, nel francese, nell’arabo, nello spagnolo che, seppure in maniera minore hanno lasciato un segno indelebile nella nostra parlata e nella nostra cultura.
Fu poi la volta degli arabi.
La Calabria è da sempre stata terra di conquista, in epoche diverse si sono avvicendati: Greci, Osci, Bruzi, Romani, Bizantini, Longobardi, Goti, Arabi, Normanni, Spagnoli, Austriaci e Francesi e tutti hanno lasciato nel lessico dei vari dialetti i segni della loro dominazione.
In ordine di tempo il popolo arabo tra il X e il XII secolo ha arricchito il nostro dialetto con un numero considerevole di voci.
Esempi: Arrasà (spostare) da arràda; Babbalùccu (mammalucco) da mamluk; Carciòfulu (carciofo) da kharshuf; Catùsu (fosso di scolo ricoperto di pietre)da qadus (tubo); Tamàrru (uomo rozzo, grossolano, buzzurro) da tammâr
(mercante di datteri); Fùnnicu ( locale seminterrato)da funduk (fondo, podere); Sunnàcca, (colmo del tetto)e ancora Annacà (dondolare) da hannaqa (collana, catena d’oro); Tavùtu (bara) da tabùt (bara); Tùmminu (tomolo, unità di misura per cereali ecc.) da tumn; Zibbìbbu (zibìbbo, uva passa) da zabîb ecc.
Numerosi prestiti li abbiamo ottenuti dai francesi a causa dei frequenti contatti iniziati nei secoli XI e XII con i Normanni del Guiscardo e nel secolo XIII con gli Angioini che succeduti agli Svevi si insediarono nel Regno di Napoli fino al 1442. Altri contatti si ebbero nel 1799 con la costituzione della Repubblica Partenopea e tra il 1806 ed il 1814 con Napoleone Bonaparte che pose sul trono di Napoli, prima il fratello Giuseppe e, quando questi divenne re di Spagna nel 1808, il cognato Gioacchino Murat.

Esempi di alcuni francesismi: Àcciu ( sedano) da hache; All’intrasatta (all’improvviso) dal francese antico à l’entresait;; Allumà ( accendere) da allumer; Ammasunà
(appollaiarsi) da à la maison; Ammunzillà (ammucchiare) da amonceler; Arraggià (arrabbiare)da enragè; Buàtta (barattolo di pomodoro) da boîte; Forgia (fucina) da forge; Gòrgi (dicasi di gola aperta)da gorge; Littèra ( giaciglio) da litière; Munzìjllu ( mucchio, cumulo) da moncel; Parìglia
(coppia) da pareille; Pìjrtica (pertica) da perche; Pùma (mela) da pomme; Riscignuògùo(usignolo) da rossignol; Scimìssu (camicia, spolverino) da ch’emise; Simàna (settimana) da semain; Sùppa (zuppa) da soupe; Tàccia ( particolare chiodo da scarpe)da tacha; Tùppu (acconciatura femminile)da toupet; Vinèlla (vicolo)da venelle.
Sono presenti anche tracce di lingua germanica riconducibili al dominio che gli Svevi esercitarono nel meridione d’Italia dal 1186 al 1286.
Esempi: Crùocchiu (gancio, uncino) da krok; Scàglia (frammento, pezzetto) da skalja; Sparagnà (risparmiare)da sparanjan; Nòcca (fiocco) da knoche; Schìttu (celibe) da slih
Fu poi la volta degli spagnoli, il cui dominio si è protratto nel meridione per oltre quattro secoli, dal 1282 al 1713, lasciando in eredità numerosissime voci.

Oltre alle voci riportate, che rappresentano solo una piccolissima parte in confronto a tutti quelli presenti nel nostro dialetto, gli spagnoli ci hanno lasciato numerosi suoni particolari, mi riferisco soprattutto ai dittonghi: Cìjntu (cento), vìjntu(vento), nùostru (nostro), vùostru (vostro) ecc. che ci ricordano molto da vicino i dittonghi spagnoli : ciento, viento, nuestro, vuestro ecc. e numerosi vocaboli : Spagnà (spaventare), spagnatùru (spaventapasseri), mi spàgnu ( mi spavento): Tutti legati inequivocabilmente al dominio spagnolo e che esprimono una particolare emotività derivante dall’oppressione.
Esempi: Abbuccà (capovolgere) dal catalano abocar ; Abbrazzà (abbracciare) da bazar; Allazzà (allacciare) da lazar; Assarmintà (raccogliere i sarmenti) da sarmentar; Grègna (mannello di grano) da greña; Panzùtu (panciuto) da panzudo; Pisà (trebbiare) da pisar; Rìzzu (riccio) da rizo; Rullà (rotolare) da rollar; Suprissàta (soppressata, salame tipico )da sobreasada; Úgni (unghie)da uña;
Sono presenti anche tracce di lingua germanica riconducibili al dominio che gli Svevi esercitarono nel meridione d’Italia dal 1186 al 1286. Esempi: Crùocchiu (gancio, uncino) da krok; Scàglia (frammento, pezzetto) da skalja; Sparagnà (risparmiare)da sparanjan; Nòcca (fiocco) da knoche; Schìttu (celibe) da sliht;

