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Il “PIOMBO E L’ARGENTO”

Il “PIOMBO E L’ARGENTO” di Carlo Spartaco Capogreco, edito da Donzelli pp.232 Euro 24,50, sarà presentato dallo stesso autore e dall’ordinario dell’Università Orientale di Napoli prof. Luigi Parente, il 25 aprile 2007 presso l’Hotel President alle ore 17. Il Comitato per la memoria assieme all’Amministrazione Comunale di Siderno ha creduto che fosse questo il modo migliore per ricordare una data scolpita nel cuore di tanti italiani che per realizzare il sogno della liberazione si sono sacrificati e sono saliti in montagna dando vita ad uno dei momenti più significativi della nostra storia.

E’, quello di Spartaco Capogreco, un libro coraggioso che ha suscitato tanto interesse e tanti dibattiti, di questo libro si sono interessati i maggiori quotidiani nazionali, dal “Corriere della sera” all’”Unità”, dalla “Stampa ad altri giornali fra cui anche i nostri regionali. Il libro di Capogreco restituisce verità ad un episodio drammatico della nostra Resistenza, la toglie dal mito e la mette di fronte alle sue contraddizioni, alle sue ombre e alle sue luci.


Spartaco Capogreco Autore del libro  “IL PIOMBO E L’ARGENTO”
Petizione per la medaglia d’oro.

Nel suo libro l’autore riassume la vicenda umana di Dante Castellucci, il partigiano “Facio” che era nato a Sant’Agata di Esaro in provincia di Cosenza e ad appena due anni emigra, con la famiglia, in Francia. Nel febbraio 1939 Dante Castellucci ritorna in Italia e dopo appena tre mesi riceve la cartolina precetto. Qui aveva fatto in tempo a stringere amicizia con Pietro Cozzitorto, un suo vicino di casa, il quale poi ce lo descrive “bassino biondiccio, asciutto, robusto. Un viso disteso, buono, una bocca disposta continuamente al sorriso e gli occhi luminosi, intelligenti.”

Quando il regime di Mussolini dichiara guerra alla Francia Dante cade in depressione, non se la sente di combattere con quella che considera la sua seconda Patria. Contrae una malattia in servizio e il 18 dicembre del 1940 torna a casa dove incontra Otello Sarzi che era un deportato politico. Questo incontro segna la sua vita. Poi Dante finisce in Russia con l’Armir, era il 1942 e qui rimane fino alla fine del 1942; infatti verrà ricoverato dopo essere stato ferito nell’offensiva russa dell’ 11 dicembre. Il 16 dicembre verrà avviato in Italia e dopo essere stato ricoverato all’Ospedale di Udine ritorna in Calabria dove resta fino al 13 marzo. Dopo, sollecitato da Otello, deciderà di raggiungere la famiglia Sarzi a Campogalliano.

Il 20 maggio 1943 si presenta per i controlli dovuti all’Ospedale militare di Napoli dove ottiene altri due mesi di riposo e di cure, così ritorna in Emilia. Assieme ad Otello incomincia a frequentare la famiglia Cervi, stringe amicizia con Aldo e i suoi fratelli. Così si fortifica in lui la consapevolezza antifascista. Dante rientra in caserma ad Acqui Terme, ma vi rimarrà solo pochi giorni e rientra in Emilia da disertore. Incomincia così la sua grande avventura di partigiano e si copre di gloria. Il culmine è raggiunto nella “ battaglia del lago santo” una “disfida” ormai epica fra un pugno di giovani combattenti contro ingenti forze nazifasciste. Dante è l’anima di questa battaglia e qui nasce la sua leggenda che si diffonde nelle valli, anche se aveva dei feroci detrattori anche all’interno del suo gruppo. Era il 16 marzo 1944, la battaglia durò per oltre 20 ore.

Intanto i Cervi venivano catturati e fucilati ma questo fatto non è servito “ purtoppo, a interrompere gli attacchi diffamatori contro Dante Castellucci: gli autori, evidentemente, vogliono farla finita una volta per tutti con la banda Cervi, che Dante è intenzionato a riorganizzare.” Così all’alba del 22 luglio 1944, dopo un processo sommario, sarà fucilato in località Canzavitello, nei pressi del cimitero di Adelano. Il suo principale accusatore è Antonio Carbelli nome di battaglia Salvatore, un individuo ambiguo espulso dal PCI ed approdato, alla fine, al PSI.


Bene, questa è la storia del partigiano “Facio” che il 19 maggio 1963 riceve a Cosenza la medaglia d’argento “Per essere caduto, dopo eroica resistenza, sotto il fuoco di ingenti forze nazifasciste a Pontremoli”. Questa motivazione offende ancora il partigiano “Facio” che è morto, invece, dopo un agguato, un finto processo e un trabocchetto, cui non ha voluto ribellarsi, preparatogli da parte di suoi stessi compagni. Spartaco Capogreco ha voluto por fine a tutto questo. Ha indagato, notevolissima la bibliografia, ha interrogato i superstiti, ha consultato verbali ed è arrivato alla conclusione che “Facio” è morto senza colpa e per mano dei suoi stessi amici.

Un’operazione che lungi dallo svilire il valore della Resistenza ce la restituisce nella sua essenza più vera. Eppure anche lui, dopo Pansa, dopo Fenoglio, dopo Cassola non è uscito indenne dai Cerberi che stanno a difesa del “mito della Resistenza”. Ma ancora forse i tempi non sono maturi, c’è una certa reticenza a toccare uno dei miti fondanti la nostra Repubblica. Giorno 1 aprile 2007 sul “Corriere della Sera” un articolo di Paolo Di Stefano dà conto dell’ennesima polemica di Giorgio Bocca, apparsa il 31 marzo 2007 sulla “Stampa” di Torino, contro niente di meno che Beppe Fenoglio, uno dei nostri maggiori scrittori, che fu partigiano e che combatté i nazifascisti non per farsi una verginità e far così dimenticare trascorsi non certo edificanti, ma per scelta.

Così ho voluto riprendere “Il Partigiano Johnny”, libro che avevo letto tanti anni fa, per capire la polemica del signor Giorgio Bocca, il quale è noto dalle nostri parti, per aver scritto un libro: “L’inferno” su di noi calabresi senza essere mai venuto in Calabria per conoscere la nostra realtà. Ho ripreso pure “La Ragazza di Bube” di Carlo Cassola, altro autore nel mirino del nostro, e mi sono accorto che per certi personaggi il tempo non è passato, i giudizi sono rimasti quelli che l’Unità rivolgeva a Beppe Fenoglio e a Carlo Cassola, le stesse stroncature e gli stessi giudizi sommari.



Eppure “Il Partigiano Johnny” è un libro bellissimo ed amaro, un libro che ci restituisce pagine indimenticabili di valore, di uomini che si battevano per vedere, per protestare, per cancellare la pretestuosità di una guerra brutale e di aggressione verso altri popoli. “Il Johnny che scende in campo come il campione dell’offesa dignità dell’uomo è stato il ragazzo che, nei giochi dell’infanzia, guardando dalla soffitta di casa sui rossi tetti della città, aveva immaginato quella sua segreta postazione “come un congeniale teatro d’avventura, o almeno come un qualsiasi posto al mondo dove non si avesse a far altro che vigilare e combattere”. E’ l’eterno dilemma di una certa sinistra che non riesce a vivere il nostro tempo e non riesce a fare i conti con il proprio passato. La Resistenza è stato sì il “mito fondante della nostra Repubblica” ma proprio per questo libri come quello di Carlo Spartaco Capogreco sono quanto mai utili soprattutto a noi calabresi che abbiamo versato sangue ed intelligenze su una guerra che ci ha visto protagonisti con i nostri migliori elementi e che noi stessi non conosciamo e non vogliamo conoscere rischiando così di non essere legittimati ad essere fra i fondatori, per il sangue versato, di questa nostra Repubblica democratica che è stata conquista di popolo.

La storia di “Facio” è una storia esemplare di eroismo e di sacrificio che rischiava di non essere conosciuta nel suo stesso paese natale. Ma voglio ritornare al “Il Partigiano Johnny”, liquidato con il suo autore dal signor Bocca, per capire chi fece la Resistenza perché era un dovere morale dire il suo no e invece chi la fece perché raffigurava un certo seguito politico. Nel “Il Partigiano Johnny” verso la fine nel colloquio fra il mugnaio e Johnny, il mugnaio ha consigliato il partigiano di lasciar perdere e di scendere a valle tanto la sua parte l’aveva fatta: “ mi sono impegnato a dir di no fino in fondo, e questa sarebbe una maniera per dire di sì. – No che non lo è!, - disse il mugnaio, ma Johnny era già affogato nella tenebra. E più avanti “Io sono il passero che non cascherà mai. Io sono quell’unico passero. – ma tosto se ne pentì, come gli parve di vedere le guance di Ivan e Luis dissertarsi appena percettibilmente.”

Erano già morti. In quel momento ebbe la percezione della sua morte, ma non per questo si tirò indietro. Ecco alcuni combattevano solo perché lo dovevano a se stessi, fra questi certamente “Facio” ingiustamente giustiziato da chi mal sopportava questi spiriti liberi che non accettavano le linee dettate dai commissari politici e da chi, già da allora, si celava entro il potere, per fini personali come nelle “migliori” occasioni della nostra storia. L’accoglienza alla “Ragazza di Bube” di Carlo Cassola è anch’essa la spia del periodo storico che si viveva.

La “Ragazza di Bube” veniva dopo i fatti d’Ungheria e bisognava serrare le fila. Sempre bisogna serrare le fila, sempre c’è un motivo ideologico che supera l’esigenza di dire la verità. Ma la “verità è rivoluzionaria” e Spartaco Capogreco vuole compiere un atto rivoluzionario: quello di dire la verità su un fatto pur restando fedele ai suoi ideali di uomo di sinistra. Si documenta, interroga, legge, peregrina fra i superstiti di quella che è stata certamente una grande stagione della nostra storia e ci restituisce la verità su un eroe limpido e valoroso. Un grande calabrese che più di altri ha dato onore alla sua terra e che non poteva essere ricordato attraverso una menzogna. I tempi erano quelli che erano, ma ci sono state verità per troppo tempo tenute nascoste.

(20.04.2007) Paolo Catalano                                                                                        
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