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Il Quotidiano della Calabria del 25 aprile 2007

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...hanno scritto di "Facio"

Facio, un ribelle metafora della Calabria

Il Quotidiano della Calabria del 25 aprile 2007



Di Francesco Mollo

Sant’Agata d’Esaro (Cs) – “C’è tutta la storia della Calabria- come metafora della sua sorte – nella vicenda del partigiano Facio”. Così il presidente della Regione Agazio Loiero ha sintetizzato la sua personale presentazione del volume di Carlo Spartaco Capogreco “Il piombo e l’argento” che ripercorre la storia del comandante partigiano Dante Castellucci, ammazzato per mano dei suoi stessi compagni.

“Perché – ha detto Loiero – nella storia personale del giovane calabrese ribelle c’è, in controluce, la storia intera della sua terra d’origine: la Calabria della diaspora (la famiglia Castellucci è costretta ad emigrare in Francia), la Calabria della memoria perduta ( Facio conosciuto e ricordato solo fuori dai confini della sua regione) e della verità nascosta ( Facio che viene ucciso dagli stessi partigiani)”, ma anche la Calabria messa a tacere con il “contentino” a mò di risarcimento ( alla memoria di Facio è stata conferita nel ’63 una medaglia d’argento).


Ma oggi quella medaglia d’argento – metallo certo più leggero del piombo che lo ha ucciso – non si può più accettare; perché lo uccide una quarta volta: prima la fucilazione del 22 luglio ’43, poi l’attribuzione, dopo la Liberazione, della sua morte ai fascisti, poi ancora il conferimento della medaglia d’argento come “riabilitazione”.



E per questo che è partita la battaglia, portata avanti dal Comune di Sant’Agata d’Esaro e dalla Regione per il riconoscimento pieno del comandante Facio attraverso il conferimento della medaglia d’oro. Dunque la pubblicazione, a opera dell’editore Donzelli, del volume di Capogreco, presentata ieri sera proprio nella sala consiliare del Comune intitolata a Castellucci ( a moderare gli interventi dell’autore, del sindaco Carmine Arcuri e dei relatori c’era la giornalista Anna Longo) ha il merito, come ha detto lo storico Luigi Parente, non solo di resistere alla lenta erosione della memoria storica a opera del revisionismo, ma anche quello di mostrare, attraverso le vicende di un giovane calabrese che si ribella alla sopraffazione del fascismo, la storia del suo Paese.

Esattamente come oggi – ha detto il professore Gaetano Briguglio – un ragazzo di Locri che protesta contro la mafia, con la sua storia individuale racconta anche la Calabria dei nostri giorni. Dunque il materiale storico che Capogreco ha riportato alla luce – ma lo stesso autore ha tenuto a precisare che il ricordo del partigiano Facio è, specialmente nel Parmense e nella Lunigiana, ancora molto forte – è davvero di grande importanza, sia per la portata delle verità in esse contenute, che squarciano il velo di ipocrisia su una pagina controversa della lotta di resistenza partigiana, sia per la bellezza letteraria della vicenda.

Una vicenda tanto appassionante – e scritta con uno stile narrativo da far sembrare il testo più un romanzo che cronaca storica – che presto potrebbe addirittura diventare una fiction. La proposta del consigliere provinciale Franco Corbelli – presente alla manifestazione di ieri – di trarre dal volume di Capogreco una produzione televisiva è piaciuta anche al presidente Agazio Loiero: “Tra due giorni – ha detto – avrò un incontro con il presidente di Rai Fiction Agostino Saccà; non esiterò a proporgli la cosa”.

Scelse il nome del brigante conterraneo
All’alba del 22 luglio1944 Dante Castellucci – che si fa chiamare con il nome del brigante calabrese “Facio” che lottò contro i Borboni – viene giustiziato da un plotone d’esecuzione partigiano: è cominciata la scalata ai posti del potere nell’Italia che sarà presto completamente libera. Quando muore Facio ha solo 24 anni, ma la sua biografia è già ricca e intrecciata a doppio filo con le vicende dell’Italia.



Emigrato da bambino in Francia (il padre deve lasciare Sant’Agata d’Esaro perché ha dato uno schiaffo a un gerarca fascista del paese), al rientro in Italia Facio partecipa al conflitto mondiale sulle Alpi e lungo il Don. Poi la diserzione e la scelta di combattere per la libertà: inizialmente quale braccio destro di Aldo Cervi, primo della banda dei sette fratelli, poi al comando del battaglione “Guido Picelli” della Brigata Garibaldi parmense. Nel luglio del 1944, dopo eroiche azioni di guerriglia, l’accusa di furto e la fucilazione. A giustiziarlo non furono né i tedeschi né i fascisti, ma i suoi stessi compagni di lotta, dopo un processo-farsa alla cui sentenza nessuno ha mai creduto.     
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