FACIO - Nello Quartieri - Santagatainfo

Vai ai contenuti

Menu principale:

FACIO - Nello Quartieri

FACIO & Storia > Testimonianze
FACIO... una vita per la libertà



Scritti e testimonianze della resistenza Emiliana e Ligure, presentati mensilmente a schede da scaricare e conservare

Dante Castellucci “ Facio, Comandante del Battaglione "Picelli"”. Nato a Sant’Agata di Esaro il 6 agosto 1920 da Francesco Castellucci e Maria Concetta Arcuri.

Fucilato all'alba del 22 luglio 1944 col pretesto del furto di un lancio. Dietro quel processo finto, molte ombre e verità.


Mauro Calamandrei: « Non è Facio che dobbiamo compiangere; compiangiamo invece i suoi fucilatori e soprattutto i loro mandanti, capaci di tanta scelleratezza »

Tanti istituti e associazioni in Italia, tra i quali il Museo audiovisivo della Resistenza delle provincie di Massa Carrara e La Spezia possiedono una notevole raccolta di testi memorialistici e storici che contengono riferimenti alla vicenda di "Facio", copie digitali di alcuni documenti delle formazioni partigiane spezzine riguardanti in parte o totalmente l'uccisione del comandante del Picelli.

Da qui è nata l’idea , vista la disponibilità dimostrataci dagli enti di cui sopra, di raccogliere tutta la documentazione esistente ed ampliare le ricerche per onorare la memoria del nostro eroe Dante.

Nello Quartieri (già comandante di distaccamento del Picelli)

Ricordo di Facio, comandante del battaglione “Picelli”

Nella primavera del ’44 il richiamo della voce della montagna divenne più insistente e, nell’apparente calma della gente della Lunigiana, febbrile e ansioso era invece il lavoro di alcuni giovani affascinati da racconti avventurosi e dalla ingenua ed esaltante convinzione dell’imminenza di fatti che avrebbero fugato tutti i mali presenti e futuri.

In questa euforica atmosfera partimmo nell’aprile da Mocrone alla ricerca di formazioni partigiane che si dicevano ovunque, e dotate di armamento moderno, persino di cannoni da montagna!

Beati entusiasmi giovanili di quei giorni irripetibili, che accreditavano la voce popolare diffusa nella vallata del Magra con una eco che ingigantiva i fatti nella misura infinita delle proprie speranze!

Raggiungemmo, dopo vari peregrinazioni, uno sparuto gruppo di “ribelli” alle cascine di Nola, sopra la Cervara, dove fummo accolti come fratelli da quei pochi giovanissimi e uomini di età matura che ci mostrarono il loro armamento preda di guerra: alcuni vecchi fucili e moschetti, una rivoltella. Festosi ci fecero visitare il loro provvidenziale albergo: una capanna che custodiva bestiame e fieno; poi l’invito a pranzo: una scodella di brodaglia.

Caddero d’incanto le troppo facili illusioni, eppure furono anche quegli istanti di rabbia e di angoscia per la concomitanza di così manifeste difficoltà, la vista di quei compagni male in arnese, che erano il segno del nostro pietoso stato, e così pieni di vita e di baldanza, che tramutarono la nostra intima sofferenza nella orgogliosa determinazione di servire una causa che aveva bisogno di tutto e di tutti, perciò ancora più santa, e di partecipare ad un’opera della quale saremmo stati modesti ma indispensabili protagonisti.

Lì conoscemmo Facio, il comandante di 13 superstiti partigiani già provati dai disagi dalle fatiche, dai combattimenti contro la decima mas e contro le brigate nere.

Fu un accostamento alla concreta realtà delle cose dopo lo strombazzamento della propaganda fascista nei testi di scuola e nei clamori di piazza.

Un giovane uomo senza orpelli, schivo di pose teatrali, eppure carico di personalità; l’antitesi insomma della figura retorica del comandante; a capo non già di un esercito, ma di un gruppo di collaudati “uomini della macchia” con i quali discuteva il programma della giornata, dei problemi che assillavano la piccola comunità dove ciascuno era convinto partecipe delle gioie e dei dolori degli altri.

In queste difficili condizioni operò Facio, inesauribile nell’approntare e perfezionare gli strumenti di lotta e di riscatto, con una disposizione di animo ad una contagiosa aggressività, ad un sano ottimismo che disarmava i profeti di sventura, i pessimisti di turno, che rincuorava i tiepidi.

Le animate discussioni nelle lunghe veglie serali, attorno al ceppo acceso nelle cascine di Fontana Gilente, nei prati assolati del Bratello dettate più da giustificata curiosità di sapere che da specifica competenza, e la pratica operativa cominciarono a liberarci dalle scorie accumulate in tanti anni di avvelenamento delle nostre coscienze giovanili.

Maturammo, alla luce della nuova esperienza, positive convinzioni e il bisogno di conoscere il significato degli avvenimenti e la concatenazione dei fatti.

E da quel giovane di origine calabrese, ricco di impulsi e di nobili passioni, privo di titoli accademici e pieno di talento ricevemmo il primo insegnamento democratico. Fu una scuola di inestimabile valore che sradicò preconcetti, che tolse veli alla ipocrisia e alla ignoranza.

Con animo lieto e sicuro partecipammo alle vittoriose azioni di guerra che ripulirono le zone della Cisa dalla incomoda presenza dei presidi della guardia nazionale repubblichina. Le capacità di comando, il coraggio dimostrato da Facio divennero popolari, così come la sua severità nei confronti di chi volle gettare discredito al Movimento di Resistenza.

Assaporammo la gioia dell’ospitalità dei contadini quando fummo braccati, e dinanzi ai fuochi delle cucine annerite ci parve di ritrovare il calore delle nostre famiglie e la veglia protettrice dei nostri affetti più cari.

L’accoglienza era ovunque festosa, sempre sincera, anche se qualche volta furtiva per timore di feroci rappresaglie perché l’onesta e il disinteresse di Facio e dei suoi uomini suscitarono la simpatia e il comportamento generoso delle popolazioni contadine che non tradirono mai il loro grande segreto, e divennero prezioso ausilio della lotta partigiana, protagoniste della riscossa popolare.

Fu una esperienza meravigliosa durante la quale gustammo, per suo merito particolare, il sapore di una comunione di sentimenti mentre si spezzavano in parti uguali il pane e l’avaro companatico, confortati da reciproca stima e fiducia.

Conoscemmo la prima veritiera organizzazione comunitaria, quasi la prefigurazione della società dei nostri sogni di ventenni, che si accrebbe di nuove numerose energie per il riconosciuto prestigio della formazione Picelli e per l’evolversi della situazione politico militare.

Sono ancora vive le parole del nostro primo comandante che narravano le sue esperienza politiche, che avevano tratto ampia motivazione dalla miseria della gente del suo paese, del carcere sofferto assieme ai fratelli Cervi, della rocambolesca fuga dalle prigioni di Parma dopo un bombardamento notturno, del combattimento leggendario del Lago Santo, di Alberto, primo eroico comandante del battaglione Picelli.

Così egli seppe addestrare ed educare i partigiani ai compiti immediati della lotta cruenta ed a quelli egualmente impegnativi della organizzazione di una società civile; e rievocando queste vicende ci vien fatto di domandarci quale sarebbe stato il suo prezioso contributo nella battaglia per il rinnovamento democratico del nostro paese se avesse potuto salutare la Liberazione per la quale combattè.

Invece una decisione giacobina pose fine ad una vita che doveva dare ancora il meglio di sé stessa, ed anche oggi quel tragico avvenimento dell’estate del 1944 ci commuove, ci rattrista e rende inquieta la nostra coscienza.

Sono trascorsi ventisei anni da allora, molte cose hanno ormai il suggello del tempo, ma nei partigiani che lo hanno conosciuto da vicino, nelle popolazioni che ebbero sgomento alla luttuosa notizia, non si è affievolita la sensibilità per testimoniare a Castellucci Dante, a “Facio”, la gratitudine per un insegnamento duraturo, per una devozione senza fine, per una fierezza indomita che sono e rimarranno onore e vanto della Resistenza e dei suoi figli.

(1970 – dattiloscritto conservato presso l’Istituto Spezzino per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea)  
     Avanti >>>      Indietro >>>
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu